Final Four di pallanuoto: lo sguardo del bordo piscina

pallanuotoChi non ricorda le imprese eroiche del Settebello e del Setterosa? Impossibile dimenticare per gli appassionati compulsivi di Olimpiadi e mondiali in vasca come la scrivente. Dall’inquadratura in panoramica della piscina in fase di gioco al bordo di quella stessa vasca, il tuffo è enorme. Sentirsi una profana nel tempio sacro del Foro Italico può essere una brutta sensazione. Lo è stato un po’ anche per me, abituata ai campi da rugby e alle piste d’atletica. Imbarazzo, ansia da prestazione, paura – e la sistematica certezza dei fatti – di perdersi nei cunicoli sotto le tribune, quelli che portano alle vasche. Ma quando riemergi dal labirinto dei corridoi, pass al collo e gilet “media staff” indosso, tutto sparisce.

A contendersi lo scettro di sovrani d’Europa quattro club: il Mladost di Zagabria, il Budva della omonima città montenegrina, il Partizan di Belgrado e l’italiana Ferla Pro Recco, campione uscente. I quattromila del Foro ci sono tutti, o quasi, seduti nelle gradinate, gli striscioni appesi e le voci pronte a incoraggiare i loro beniamini. Le tifoserie sono state suddivise nelle tribune di modo che quelle rivali fossero il più lontano possibile tra loro: strano per me avvicinare il concetto di tifo “esagerato” a uno sport “minore”. “I tifosi della pallanuoto sono un po’ come quelli del calcio. Ci sono stati degli scontri in passato, quindi l’iter che si segue è molto simile a quello del pallone, in questi casi.” mi dicono quelli della Vecchia Guardia, la tifoseria organizzata della Pro Recco. In particolare si temono i serbi, che con gli striscioni e i cori un po’ borderline mi hanno già fatto assaggiare il clima tipico degli eventi importanti. Per la cronaca, nessun tafferuglio in due giorni di gare.

Visti a pochi metri di distanza, i ragazzi della pallanuoto lasciano davvero senza fiato. Il tatuaggio del numero 10 del Mladost mi ruba praticamente dalla testa la metafora adatta per loro: un tritone mitologico. Scultorei e maestosi ma allo stesso tempo leggeri e potenti nel loro elemento naturale. Non guardarli mentre si riscaldano fuori dall’acqua è praticamente impossibile, e ancora di più quando – palla in mano – entrano in azione in piscina.
I primi a giocare sabato 3 giugno sono Mladost e Partizan: i serbi sono dati per vincitori, ma i croati non vogliono passare per quelli che si arrendono. Finisce comunque 9 a 12 per il Partizan. In veste di fotoreporter per la Vecchia Guardia, questo match mi è servito per scaldare i motori e rodare l’obiettivo: il mio amico Ale è stato determinante nel suggerirmi quei piccoli trucchetti per beccare l’inquadratura giusta. “Il resto lo devi fare tu.”, ha concluso sorridendo, ma per fortuna ho sempre degli assi nella manica. Infatti, anni e anni di partite seguite al cardiopalma con padre, madre e sorella incollati alla tv a tifare gli azzurri (e non solo) hanno dato i loro frutti quanto meno dignitosi.

Conoscere e capire la pallanuoto è davvero un’arte nobile e complessa proprio come questo sport di fatica e sacrificio. La maggior parte di quello che di illecito accade in una partita succede sotto il bordo dell’acqua: colpi proibiti, movimenti e – ho sentito anche io – qualche parolina dolce tra avversari. Il centroboa nella pallanuoto moderna è un po’ come il bomber del calcio, ed è anche quello che “affonda” più spesso per mano del difensore avversario. Difensore che a dispetto del ruolo può essere anche un ottimo attaccante, come dimostra la classifica capocannonieri del campionato italiano, guidata – appunto – da un difensore della Pro Recco. Essere mancini, in questo sport, è un plusvalore eccezionale: una specifica posizione da ricoprire in fase offensiva avvantaggia per velocità ed efficienza biomeccanica chi usa la mano sinistra per scrivere. Il portiere, poi, è colui che mi ha sempre affascinato per il gesto atletico che compie: parare la palla significa sollevarsi dall’acqua per oltre tre quarti del proprio corpo. A vederlo sembra quasi un effetto speciale dei film, e dire che è tutto un gioco di gambe.

Nella seconda partita la Pro Recco liquida facilmente il Budva 9 a 4. Un po’ mi dispiace per i montenegrini, che con le loro calottine arancioni hanno portato un po’ di colore in piscina (e sugli spalti). A contendersi la coppa dei campioni Partizan e Pro Recco, mentre il Budva e il Mladost si affronteranno per la terza piazza.
La giornata di domenica promette bene: il caldo e l’afa non frenano i tifosi che stipano le tribune. A sostenere le quattro squadre anche numerosi romani, che si schierano apertamente con i recchelini.
All’inizio non ero molto interessata alla finalina tra i montenegrini e i croati: la tensione per l’atteso match della Pro Recco è contagiosa e coinvolge anche me, ma è impossibile non farsi travolgere anche dal gioco che Budva e Mladost propongono in piscina.
Una bella pallanuoto fatta di colpi di scena e gol che si susseguono nei quattro tempi regolamentari, dove le due squadre giocano a rincorrersi. Non basteranno i tempi supplementari a decretare la terza squadra più forte d’Europa: il Budva cede forse a livello psicologico e ai rigori sbaglia due volte. Vince il Mladost di Zagabria 14 a 12.

Il cielo si copre di nuvole e i miei obiettivi non sono luminosi come vorrei; ho paura che le fotografie escano buie e allo stesso tempo anche mosse: congelare i gesti atletici rapidissimi di questi ragazzi non è facile nemmeno per i professionisti della fotografia, con le loro focali telescopiche dagli occhi grandi grandi.
Il Partizan scende in acqua, la Pro Recco rimane invece a guardare in accappatoio. Più o meno è quello che si è visto durante la finale: l’anno scorso i serbi sono stati superati dai recchelini in semifinale, e la loro fame di rivincita è grande. La Pro Recco, invece, appare il fantasma della grande squadra che ha dominato tutta la stagione, nelle coppe e in campionato; il primo a spegnersi è il portiere Stefano Tempesti, la “saracinesca” azzurra, e con lui gli altri sei. La tribuna italiana si azzittisce lentamente davanti ai cori serbi. Difficile anche per qualche fotografo tifoso trattenere gli improperi, e dire che a bordo vasca non parlano nemmeno gli arbitri: a loro bastano il fischietto e le mani. Bizzarro per chi come me viene dal rugby, dove il direttore di gara ha addirittura il microfono.

Alla fine la partita termina 11 a 7. Il Partizan solleva per la settima volta nella sua storia la coppa, la Pro Recco applaude i meritevoli avversari, mentre i tifosi ritirano mestamente gli striscioni. Si mette pure a piovigginare, di quella pioggia estiva che dura qualche minuto e poi passa. Non è così temporanea la delusione per i recchelini, che però si preparano già alla prossima stagione.
Nota a piè di pagina: la febbre per la pallanuoto è salita anche in chi mi ha gentilmente accompagnato all’evento, sedendo tra le file della Vecchia Guardia. Inizialmente era difficile capirci qualcosa, e al termine della due giorni di gare la situazione non è migliorata granché, almeno dal punto di vista puramente tecnico. Un neofita della pallanuoto non può comprendere tutto e subito delle dinamiche di gioco, ma coglie immediatamente la passione e l’incredibile dinamicità di questo sport. E sportivamente parlando, se è pur vero che i “nostri” hanno perso, chi esce vincitrice è la pallanuoto stessa.

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