Numero 10

1010. Sono un numero binario, e faccio cose incredibili.
Sono un numero 10.
Ho fantasia, creatività e coraggio. Schivo e affronto gli avversari, corro tanto e aiuto i compagni a conquistare la meta; a volte faccio tutto da solo e la gente mi applaude inebriata.
Il campo è la mia vita: non ricordo un momento in cui non abbia avuto il bisogno di sentire l’odore dell’erba appena tagliata, i tacchetti sulla terra, il fango sulla pelle quando piove.

Sono nato numero 10. Da bambino danzavo davanti allo specchio, sognando di diventare il più grande. E ora che sono il migliore, so per certo che ho ancora tanto da imparare.
Gli avversari hanno stima di me, ma dentro il rettangolo verde mi temono. Sono dotato di un sinistro letale e implacabile. Calcio da qualsiasi posizione, e centro sempre i pali. Il vento è mio amico: ho imparato a parlargli e a interpretarne gli umori, e lui mi ringrazia donando effetti spettacolari ai miei tiri.

Avevo ventuno anni appena quando ho indossato la maglia numero 10 più importante, e da allora vengo trattato come un eroe dalla gente che incontro per strada; spesso i passanti mi riconoscono e mi fermano per scattarsi una foto, rubare un sorriso o chiedere un autografo. Non sono mai indiscreti o tediosi e sono grato per il loro affetto.
Sono affabile, simpatico, spontaneo, graziosamente timido, ricco e bello, bellissimo, così bello da mozzare il fiato a ogni fanciulla. E non riesco ad abituarmici.

Sono un numero 10, e mi sento comunque un ragazzo come tutti gli altri. Mi piacciono la musica, i videogiochi, il mare. Amo la mia terra, madre di arcane tradizioni e del glorioso popolo da cui discendo. Adoro stare con gli amici a ridere e scherzare, proprio come tutta la gente.
Eppure, non sono un ragazzo comune.

Molti miei amici stanno ancora terminando l’università, fanno sempre tardi la sera, si divertono e spesso mi invitano alle loro feste. “Grazie tante, ma non posso – rispondo sempre – …domattina ho gli allenamenti.”
Alcuni di loro stanno finendo di pagarsi gli studi; io sto finendo di pagare la casa. L’ho acquistata in centro, nella downtown piena di locali alla moda.
Tuttavia, non mi godo mai la vita della città: quando ho bisogno di svago preferisco salire su un aereo e spostarmi fuori dall’isola, dove non sono così popolare da non poter godere della compagnia degli amici.

Essere numero 10 mi ha aperto le porte del mondo: sono stato in America e in Asia, ho visitato tutta l’Europa e visto cose meravigliose, assaggiando l’erba di tutti i templi più sacri dello sport.
La mia vita non è solo luci e gloria: lungo la strada ho affrontato la solitudine ed eventi che mi hanno fatto soffrire. Le ossa si sono rotte e i muscoli a volte hanno ceduto alla stanchezza. Però ho sempre avuto la forza di rialzarmi, perché un numero 10 lo fa.

Tutto quello che indosso ha le mie iniziali cucite su un angolo: maglie, camicie, pantaloncini, tute da allenamento, persino le scarpe. E con queste voglio rimanere saldamente attaccato alla terra, perché so che tentare di salire nel cielo sarebbe un errore. E non importa se la gente urla le mie iniziali quando mi vede mettere a segno un’altra superba realizzazione.

Sono come un crociato, un cavaliere dentro la sua scintillante armatura nera: sul campo niente può scalfire la mia corazza cromata. Solo l’incedere delle stagioni può farlo, ma quel tempo è ancora lontano, sebbene sono conscio che presto arriverà anche per me.
Sono la stella della squadra. E con il numero 10 impresso nella schiena e sulla pelle guardo avanti, verso quei pali che racchiudono ogni giorno la mia sfida più grande.
Qualche passo indietro, lateralmente alla piazzola di tiro; uno sguardo al cielo, il silenzio degli spalti, tre respiri profondi. Poi via, per spingermi ancora avanti.
I secondi rallentano la loro corsa, la mia gamba si impenna verso l’alto, il piede si incunea all’insù, i fianchi ruotano su un lato del mio corpo. E quando lancio l’ovale verso i pali, sento che la mia anima viaggia con lei, lontano da me.

  • Mauro

    molto bello,ho sognato tutto quello che hai scritto ma la palla ovale l’ho scoperta troppo tardi ed ora mi resta solo il godere della visione di uno sport fantastico …aspettando che mio figlio cresca.