S’Accabadora, azioni e rituali di una mitica figura.

gallery_15911_4_144~_markedNell’ambito dello studio dei riti funebri del nuorese, una delle figure ancora circondata dall’alone del mistero è quella de s’accabadora, una donna incaricata di porre fine alle sofferenze dei malati agonizzanti, uccidendoli.

Su questa donna si è tanto parlato e scritto, ma non vi sono concrete testimonianze della sua reale esistenza e del suo modus operandi: infatti, sembra che usasse un cuscino per soffocare i moribondi, oppure una mazzocca, una sorta di martelletto in legno, e che nessuno l’abbia mai vista agire con i propri occhi.
Moltissime leggende sono legate all’accabadora, che popola i racconti di numerosi avventurieri e studiosi, italiani e stranieri; in particolare, gli inglesi hanno costruito intorno a questa figura e ad altre usanze simili un’idea distorta della cultura sarda, dipingendola come rozza, trucida e barbara.
Sbugiardando queste teorie e correggendo inesattezze socioculturali, scopriamo come s’accabadora sia parte del patrimonio mitico dei costumi sardi, fluttuando tra sciamanesimo, magia, paganità ed alta perizia di alcune donne particolari, che nei paesi godevano di grande prestigio e stima per le loro virtù di curatrici ed ostetriche.

E così, come nella più squisita tradizione euro-mediterranea, la donna si ritaglia un ruolo di assoluto interesse nelle comunità a lignaggio prevalentemente maschile, nella quale era protagonista degli eventi più delicati della vita umana, dalla nascita fino alla morte. S’accabadora fa parte del retaggio popolare nel quale la donna magica non è considerata come una strega da inquisire e porre al rogo, ma al contrario una importante risorsa sociale da ricompensare secondo i dettami socio-economici preponderanti nelle società rurali.

Decretare l’effettiva esistenza o meno delle accabadoras nei centri isolani è una sfida per tutti gli etnologi ed appassionati di tradizioni perdute: alcune ipotesi confermano che le influenze coloniali avessero portato in Sardegna costumi affini a quello dell’accabadura, mentre la corrente ottocentesca, se da una parte istituisce la tendenza di creare tradizioni inventate, allo stesso tempo annulla con prove convincenti la possibilità che le accabadoras fossero state attive in epoca storica.
Chiamare s’accabadora al capezzale del moribondo costituiva la extrema ratio per mettere fine alle pene del poveretto; cercare di porre chiarezza sulla donna portatrice di morte ci permette quindi di aprire una finestra sull’insieme dei rituali legati al trapasso, carichi di forti componenti superstiziose fuse con la religiosità in una maniera assolutamente affascinante, riportandoci alla dimensione dell’antropologia della contemporaneità che ci rende protagonisti delle tradizioni del passato.

Questo è l’abstract che riguarda l’argomento che ho presentato lo scorso primo novembre al convegno Ichnusa Viaggio nel Passato, organizzato a Decimomannu da Apat Sardegna e Promo Sardegna, con la collaborazione dell’associazione culturale Athenaium 2000.

Sono inoltre intervenuti: Graziella Cuga e Anna Lisa Cuccui, che hanno spiegato chi sono le Fizzas de Luna; Mikkelj  Tzoroddu ha spiegato perchè i Fenici non sono mai esistiti, Giovaanni Cannella ha parlato delle pietre ciclopiche, mentre Pierluigi Montalbano ha concluso parlando della navigazione durante l’eta del Bronzo.

Se volete – e non ve ne pentirete – scaricate gli abstract in formato pdf dal sito della casa editrice Zenìa, che pubblicherà presto le memorie del convegno.

  • Liza

    Finalmente un nuovo intervento!
    Spero che aggiornerai un po’ più spesso, è sempre tanto interessante leggerti.

    Tienimi aggiornata anche sulla pubblicazione delle memorie!

  • Preciso essere il presente non un commento a qualcosa, ma un resoconto:

    Nella giornata di Domenica 1 Novembre u.s. si è tenuto, nella sala consiliare del comune di Decimomannu (CA), il Convegno ICHNUSA: Viaggio nel passato (organizzato da Promosardegna e Athenaeum 2000). Tenutosi alla presenza di 75 persone, fra le varie tematiche desideriamo dare conto di un intervento dal titolo «I “Fenici” non sono mai esistiti», trattato da mikkelj tzoroddu.
    In esso, per la prima volta, in assoluto, si analizzano gli scritti dei maggiori studiosi di cose fenicie degli ultimi ottanta anni, per comprendere se essi siano mai riusciti a dare una precisa e documentata definizione di ciò che si riflette nel lemma “fenicio”. Si scopre così che alla cervellotica collocazione temporale, da parte di W.F. Albright, di Fenici e loro cultura, fu offerta universale, non scientifica, prona accettazione. Se chiamati ad una spiegazione della voce “Fenici”, sulla Treccani, essi non riescano a darne alcuna, come il Levi Della Vida. Se sommersi da critiche pur autorevoli (G. Garbini, H. Pastor Borgoñon, A.Ciasca, W. Röllig) che dichiarano l’impossibilità di definire un popolo o una nazione fenicia, il “papa” Sabatino Moscati, si dichiara, implicitamente, incapace di ribaltare tale risultanza. Ove la loro traballante certezza ricorra all’aiuto di altri studiosi (H.A. Paraskevaidou, L. Godart), proprio esso, lungi dal recare l’agognato soccorso, decreta il crollo di un edificio ormai fatiscente, dimostrandosi pertanto, essere i “Fenici” mai esistiti.

    Rimango in attesa di qualche audace, meglio se docente universitario versato nella materia, che intenda dialogare. Grazie, mikkelj.

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